Riassunto
The Paralympics are still framed through a “hero” narrative that risks distancing rather than including, making everyday lives of people with disabilities invisible.
We need to change language and storytelling to recognize disability as part of normal life—not something valued only when it is extraordinary.
Ogni volta che arrivano le Paralimpiadi, il Paese si accende. Le storie degli atleti e delle atlete con disabilità conquistano spazio nei media, nei social, nelle conversazioni quotidiane.
È un momento potente, perché lo sport ha la capacità di spostare lo sguardo collettivo.
Eppure, anche questa volta, resta una sensazione di occasione mancata. Il racconto dominante è ancora quello degli “eroi”. Atleti straordinari, certo. Ma trasformati troppo spesso in simboli di resilienza estrema, in esempi “eccezionali” che sembrano appartenere a un altro mondo, lontano dalla quotidianità delle persone con disabilità.
Una narrazione che, invece di includere, rischia di separare ancora di più. Celebrare i successi è giusto. È necessario. Ma quando il racconto si appiattisce sull’eroismo, succede qualcosa di sottile: la disabilità viene accettata solo quando è spettacolare, quando vince, quando supera ogni limite in modo straordinario.
E tutto il resto? Scompare.
Scompaiono le vite ordinarie, le complessità, i diritti non garantiti, le barriere quotidiane.
Scompare l’idea che una persona con disabilità possa semplicemente esistere, lavorare, amare, fallire, scegliere , senza dover essere per forza fonte di ispirazione.
Le Paralimpiadi avrebbero potuto essere, e potrebbero ancora essere, uno spazio per allargare davvero lo sguardo sulla disabilità in Italia.
Non solo performance sportive, ma accessibilità, inclusione, autonomia, partecipazione.Invece, troppo spesso, scegliamo la via più facile: quella emotiva, semplificata, rassicurante.
Quella che commuove, ma non cambia. Le parole che usiamo costruiscono il modo in cui pensiamo. E quindi il modo in cui agiamo.
Dire “nonostante la disabilità” suggerisce che la disabilità sia un ostacolo da sconfiggere, sempre e comunque. Dire “costretto su una sedia a rotelle” trasmette un’idea di limite e prigionia, invece di autonomia e strumento. Parlare di “supereroi” rischia di rendere invisibili tutte le altre persone con disabilità che non vogliono e non devono essere straordinarie per essere riconosciute.
Cambiare linguaggio non è una questione di forma. È una questione di potere.
Perché il linguaggio plasma l’immaginario collettivo, e l’immaginario collettivo plasma la società. Le Paralimpiadi non sono solo un evento sportivo. Sono uno specchio culturale.
La domanda non è se sappiamo emozionarci. Lo sappiamo fare benissimo.
La domanda è: siamo pronti a cambiare davvero il modo in cui guardiamo le persone con disabilità?
Il cambiamento parte da qui: dalle parole che scegliamo, dalle storie che decidiamo di raccontare, e da quelle che, non raccontiamo.
Articolo di Anita Pallara
