Riassunto
Simona Spinoglio sceglie un approccio autenticamente inclusivo: unisce le arti espressive alla psicoterapia e crea percorsi terapeutici pensati e modellati su ogni persona.
Quando l’inclusione diventa scegliere strumenti che parlano a ciascuno di noi
Ci sono professionisti che seguono un metodo.
E poi ci sono persone… che seguono semplicemente le persone.
La storia di Simona Spinoglio, che ha voluto raccontarsi a noi di Embrace, parte da qui: dall’idea – semplice e potentissima – che non esista un solo modo di stare al mondo, e che quindi non possa esistere un solo modo di accompagnare qualcuno nel proprio percorso interiore.
Quando parliamo di inclusività, infatti, spesso facciamo riferimento a spazi accessibili o a un linguaggio corretto. Ed è giusto così. Ma Simona Spinoglio – conosciuta sui social come la Psicologa a Rotelle – ci porta un punto di vista ancora più profondo, che abbiamo voluto condividere con voi: l’inclusione come scelta consapevole di strumenti diversi, pensati e “calzati” sui bisogni, sui sogni e sui modi di relazionarsi di ogni persona.
Non un metodo unico. Non una formula magica valida per tutti.
Ma un approccio che parte da una domanda che non pretende per forza una risposta, ma offre ascolto disinteressato: di cosa ha bisogno questa persona, oggi, per stare meglio nel proprio mondo?
L’arte come espressione e possibilità terapeutica
Simona è una psicologa molto amata per il suo modo di lavorare, che integra alla terapia tradizionale le terapie espressive: dalla suonoterapia alla danza movimento terapia, fino a linguaggi corporei e creativi che parlano proprio lì dove le parole, a volte, non arrivano.
Sono strumenti che, pur non essendo ancora pienamente riconosciuti in ambito accademico, risuonano profondamente con il lavoro clinico e portano benefici reali, concreti, osservabili.
“Per me l’arte è catartica. È un’espressione di noi.” – dice Simona. E come darle torto. In fondo anche noi lo sappiamo bene: quando ci lasciamo davvero guidare dalle sensazioni e ci permettiamo di attraversare le emozioni più profonde, qualcosa in noi si distende. E stiamo meglio.
Ed è proprio qui che la storia di Simona inizia a incuriosirci davvero.
Teatro, musica e danza non sono mai stati per lei semplicemente passioni personali da coltivare o trasformare in esperienza, ma veri e propri spazi di libertà, luoghi in cui – come racconta Simona – è possibile dare voce a parti interiori spesso silenziose.
Del resto… perché non associare alla terapia tutto ciò che può aiutarci a stare bene? Liberamente, senza limiti. Simona, questa domanda, se l’è posta senz’altro molto prima di noi e di tanti altri. E ci ha visto lungo.
Ecco perché oggi Simona diventa una professionista molto apprezzata, sia nella vita reale che sui social: per la sua capacità di rendere la psicoterapia fluida, corporea e profondamente vissuta, senza mai perdere profondità né rigore. Ed è proprio questo il feeling che percepiamo chiacchierando con lei.
Un percorso che nasce dall’educazione e dall’esperienza
Prima ancora di diventare psicologa, Simona inizia un percorso lavorativo da educatrice professionale. Lavora a lungo nelle scuole, soprattutto sul tema dell’educazione alla diversità, ma anche nelle case di riposo e nella formazione trasversale degli operatori.
È probabilmente qui che nasce quella che lei stessa definirebbe la sua grande forza e che noi ascoltandola con ammirazione percepiamo come tale: la praticità.
Un modo di lavorare concreto, attento, orientato a far stare bene davvero le persone, non solo a “fare teoria”.
Da questo background educativo prende forma il suo approccio integrato: strumenti espressivi, corporei ed emotivi, sempre adattati alla persona che ha davanti.
Dall’ascolto al radicamento
Simona ci racconta poi il passaggio dall’educazione al counseling che segna un momento importante nella sua vita: l’ascolto diventa centrale, così come la sua naturale propensione alla relazione e all’incontro con l’altro.
Da qui, l’esigenza di dare maggiore struttura e solidità al suo lavoro la porta alla laurea in Psicologia e alle successive specializzazioni. Integra strumenti come il training autogeno, che utilizza come tecnica efficace di rilassamento e consapevolezza, sempre in dialogo con altri approcci.
L’ultimo passaggio, praticamente attuale, è la specializzazione in psicoanalisi Junghiana, con il lavoro sulle tecniche immaginative e sui sogni. Un livello ancora più profondo, che Simona sente particolarmente vicino perché, come racconta, i sogni rivelano tantissimo di noi.
Di fronte a tutta questa sua preparazione, le abbiamo quindi chiesto se esistesse uno strumento “pratico”, qualcosa da portare con sé anche fuori dalla terapia. La sua risposta è stata coerente con tutto il suo percorso: nulla di estremo, nulla di standardizzato. Solo un invito sincero ad ascoltarsi. Ma ascoltarsi davvero.
Ci dice infine di non amare particolarmente i libri di self-help, tuttavia consiglia alcune letture di Jung legate ai sogni, proprio perché li considera specchi autentici dell’anima e dell’inconscio, strumenti da utilizzare nel nostro quotidiano per fare introspezione.
Un altro modo di intendere la psicoterapia
Simona nasce con una disabilità. Questo fa parte della sua storia, ma non è mai stato un limite: è semplicemente uno dei tanti modi possibili di “stare nella vita”.
La sua storia ci ricorda che l’essere umano è fatto di parti diverse, e che ogni parte può avere bisogno di un linguaggio differente per esprimersi. Per questo abbiamo voluto raccontarvela.
Simona è una professionista preparata, ma ancora prima una persona molto umana. Non cerca di adattare le persone a un metodo, ma sceglie ogni volta il metodo in base alla persona. E questo secondo noi fa una gran bella differenza.
Perché è proprio qui che l’inclusione smette di essere una parola e diventa pratica quotidiana. Poche parole ma tanti fatti.
Simona oggi lavora con persone con e senza disabilità, e ogni incontro è diverso dal precedente. Non parte mai da un protocollo fisso, ma da un ascolto attento delle modalità con cui quella persona percepisce il mondo, si relaziona, sente.
Il suo lavoro è quindi profondamente inclusivo perché è personalizzato.
Non lavora con un solo strumento, non crede che esista una tecnica valida per tutti. Anche pratiche molto diffuse, come la mindfulness o lo stesso training autogeno – che lei utilizza – possono funzionare per alcuni e non per altri. E va bene così.
Forse è per questo che Simona è una delle persone che più raccontano l’inclusione.O meglio: che la praticano, davvero, ogni giorno.
Nel suo modo, attento e autentico. Cercando, ogni volta, il modo giusto. 🙂
Trovate la Psicologa a Rotelle come Simona Vedanta Spinoglio su IG @psicologarotelle
