Mi chiamo Anita, sono un’atleta di Oltresport e nella vita lavoro come consulente presso l’Osservatorio Malattie Rare. Convivo con la SMA, ma soprattutto convivo con una passione che mi illumina ogni volta che ne parlo: il powerchair football.
È una disciplina che purtroppo è arrivata in Italia solo nel 2016, molto più tardi rispetto a Paesi come Francia e Inghilterra, ma che oggi sta crescendo e conquistando attenzione, e questo mi rende davvero felice.
Gioco dal 2018 e posso dire che questo sport ha cambiato il mio modo di vivere il movimento e la competizione, non solo la mia quotidianità.
Il powerchair football nasce dal calcio e ne segue gran parte delle regole di gioco, tuttavia si pratica in carrozzina elettrica. L’obiettivo è il medesimo: segnare! Le carrozzine sportive che noi giocatori di powerchair football utilizziamo arrivano fino a 10 km/h e hanno una paratia frontale per colpire la palla.
Tutto il resto, dalla tecnica alla strategia e gioco di squadra, resta invariato come nello sport tradizionale. In squadra siamo in quattro: due laterali, un centrale e un portiere. Io sono sempre stata un laterale, un ruolo che io reputo molto dinamico e che per questo adoro.
La forza fisica nel powerchair football non è un requisito, e questo è uno degli aspetti più importanti di questa disciplina: permette anche a chi, come me, non ha capacità neuromotorie adatte ad altri sport di allenarsi, competere e vivere lo sport con la stessa intensità di chiunque altro. È uno spazio di possibilità reali, non simboliche come spesso si pensa per gli sport dedicati alle persone con disabilità. E aggiungo che per me lo sport non è un passatempo né un riempitivo: fa parte della mia routine. Mi alleno due volte a settimana, almeno due ore ogni volta. È un impegno che si integra perfettamente tra lavoro, responsabilità e passioni, esattamente come succede a qualsiasi altro atleta.
Per me lo sport… è sport!
Ancora oggi, nell’immaginario collettivo, in Italia non è scontato immaginare che una persona con SMA possa praticare sport a livello competitivo. Il powerchair football dimostra invece che lo sport può essere davvero accessibile quando si progettano strumenti che includono e non escludono.
Oggi nel nostro Paese esiste un campionato dedicato e una federazione internazionale che riconosce questo sport. In campo giocano sia persone giovanissime che atleti fino a 70 anni: questo dimostra quanto questa disciplina sia davvero accessibile e quanto stia diventando riconosciuta come un movimento ricco, vario e vivo. Per me infatti il powerchair football è energia, unita a benessere psicofisico e motivazione crescenti ogni volta che mi alleno. Non è un atto eroico, non è un’eccezione: è semplicemente una parte della mia vita che completa tutto il resto. Niente di più e niente di meno. Le mie giornate sono migliori grazie a questo sport. Non per dimostrare qualcosa, ma perché mi fa stare bene, come farebbe stare bene chiunque.
E quindi mi chiedo: perché per noi con SMA – o con condizioni simili – dovrebbe essere un’eccezione praticare sport? Perché dovrebbe essere considerato solo un passatempo?
Il powerchair football è uno sport a tutti gli effetti: allenamenti, ruoli, tattiche, campionati, competizione. Non è una versione ridotta o adattata, ma una disciplina completa, che permette a noi atleti di esprimere talento, passione e spirito di squadra.
Quando l’accessibilità è reale, lo sport torna a essere ciò che deve essere per tutti: un luogo di crescita, identità, divertimento e normalità. Ed è proprio questa normalità che merita di essere vista, riconosciuta e celebrata.
